Autori · Autoriale · Francesco Tomada

E’ uscita l’autoantologia di Francesco Tomada

 

Biagio Cepollaro

Due parole sull’autoantologia di Francesco Tomada appena uscita.

Sono molto contento per l’uscita di questa autoantologia poetica di Francesco Tomada. E’ il primo libro della collana Autoriale dell’editore Dot.Com Press e ciò mi provoca una certa emozione.

Il libro raccoglie venti anni di poesia, una conversazione dell’autore con me, una breve antologia della critica e una bibliografia ragionata :Tomada ripercorre gli incontri che hanno sostanziato la sua formazione e l’attività letteraria. Torno spesso a riflettere sulla poesia di Tomada cercando di capire da dove viene quel senso particolare di originalità. Ora mi dico che quella poesia viene da lontano, dagli inizi del Novecento, dal clima dei Vociani. E se vado a leggere Sbarbaro, ad esempio, ritrovo subito delle parentele, anche palpabili. E penso alla poesia che si opponeva al dannunzianesimo e alla sua retorica. Mi chiedo cosa sia diventato oggi il dannunzianesimo: nell’estetizzazione diffusa che anima tanta poesia circolante sui blog, un certo tono incantato, innamorato delle parole, una certa stucchevole mancanza di controllo della lingua, partenogenesi sonora, noia mortale. Noia almeno pari all’avanguardia accademica delle parole lasciate su di un binario morto.  Questi modi sembrano ora costituire un codice non scritto, il codice dominante per riconoscere come poesia un insieme di parole.

La scarnificazione retorica di Tomada credo funzioni nello stesso modo della poesia vociana relativamente ai dannunziani. Ciò che Tomada propone è la sobrietà della lingua, aderenza a ciò che viene detto, al di là di ogni oggettivismo e di ogni atteggiamento mimetico. Aderenza qui è alla proprio situazione, in senso sartriano. Situazione qui è ciò che ci costituisce nel nostro più profondo essere, o mancanza di essere. Si tratta di una forma di fedeltà a cui con disciplina viene indotta la parola. In questo senso il concetto di autorialità secondo me comprende la responsabilità rispetto alla lingua e alla posizione di chi dice nel mondo. Lo scrittore non è riducibile insomma alla scrittura e neanche alle sue idee sul mondo ma trova consistenza nella relazione che stabilisce tra scrittura e mondo che è poi la sua “voce”. O se si preferisce il suo stile.

Mi pare che Tomada abbia aperto una via anche per qualche giovane poeta: una strada che si muove nella direzione dell’ossificazione del dire, della riduzione all’osso che non è il manierismo minimalista ma forza di testimonianza e asciuttezza.

Questo libro autoantologico di Tomada, nella completezza della sua documentazione, mi pare confermi non poco ciò che ho appena detto.

(2016)

 

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