Francesco Tomada

Francesco Tomada

poesie (1995-2014)

Un’auto-antologia

TOMADA Autoriale copertina bozza

 

La grammatica
Quando i bambini cominciano a parlare
non pronunciano frasi intere
ma singole parole ridicole e imperfette
però palla è palla
gatto è gatto
ed è una cosa imparata che resta per sempre
a me di tutto l’italiano basterebbe poco
soltanto qualche vocabolo, ma da dire con quella sicurezza
come madre padre figlio
e la parola casa come una parentesi che chiude
la parola noi

Francesco Tomada

Francesco Tomada a Emozioni da Gorizia

“Emozioni da Gorizia” è stato un evento di due giorni in cui si è parlato di Gorizia attraverso dipinti, musiche, foto e poesie.

Pubblicato il 07 dic 2014

 


 

Dal libro in costruzione dedicato all’auto-antologia di Francesco Tomada viene qui estratto e pubblicato un piccolo saggio della conversazione con l’autore.

Conversazione con Francesco Tomada 

Biagio Cepollaro:

 Il tuo lavoro di scarnificazione retorica mi pare quasi un metodo: non è la spoliazione del mistico ma è l’approccio che definisco “veritativo”, tendenzialmente privo di ornamenti perché vuole tenere gli occhi aperti di fronte alla realtà….Ecco: come descriveresti tu questo tuo stile alle prese con l’esperienza della vita? So che questa domanda veicola anche le mie proiezioni, proietta dei miei paesaggi… Ma tant’è: intravista una certa somiglianza, un’aria di famiglia, diventa impossibile non avvicinarsi e chiedere…

 

Francesco Tomada:

C’è una cosa che voglio dire subito, prima di iniziare. L’interesse nei miei confronti mi rende ovviamente felice ma al tempo stesso mi imbarazza: rispetto a molti altri il mio percorso mi appare ancora breve per discuterne. Mi fido di te, Biagio, ti ringrazio. Con imbarazzo, appunto.

Ho cominciato a scrivere in questa direzione per istinto, forse per la mia formazione scientifica, che mi spinge ad osservare ed analizzare le cose, o forse semplicemente perché i miei pensieri sono così, io sono fatto così. Con il tempo quello che era un approccio naturale è diventato una scelta. Credo che davvero, in particolare nel campo delle esperienze e dei rapporti umani, siamo troppo pieni di sovrastrutture, e che queste spesso ci colmino al punto tale da farci perdere di vista l’essenziale. Il mio sforzo è quello di togliere il superfluo e riportare a galla quello che mi sembra fondamentale, per evitare che restino parole non dette, perché le parole non dette sono perdute per sempre. Cerco – con tutti i miei difetti e i miei limiti – di farlo nella vita e di conseguenza anche nella scrittura, perché la poesia è lì dove non siamo capaci di vederla, di coglierla.

I miei figli mi prendono in giro dicendo che io vorrei abitare in una casa vuota. E’ vero, vorrei una casa dove non c’è nulla in più di ciò che serve, e lo stesso cerco in qualsiasi forma di espressione: per me questa nudità è poi quello che, come conseguenza e non come obbiettivo, può trasformare l’espressione in condivisione e infine, a volte, in ciò che per convenzione chiamiamo arte. Però, sinceramente, di essere definito artista o poeta mi interessa abbastanza poco, non mi sento affatto di esserlo; “scrivente” è una bella parola, “uno che scrive”, che fissa immagini altrimenti perdute. Non scambiare tutto ciò con una esibizione di umiltà, non è così, se propongo ad altri il mio lavoro è perché sono convinto che abbia un valore; però essere uno “scrivente” mi sembrerebbe già tantissimo. E’ vero che nel mio scrivere c’è tantissimo di me, e a volte mi sembra di arrivare vicino a quello che vorrei raggiungere. Però devo ricordarmi che io sono anche le centinaia e centinaia di poesie buttate via, che sono molte di più della parte che mi sembra degna di essere presentata.

B.C.:

 Spesso non sappiamo “perché” scriviamo però possiamo sapere se il nostro atto di scrittura ha illuminato o, al contrario, ha reso più confuso il mondo delle nostre rappresentazioni. In che senso l’aver scritto ti ha arricchito, o anche come ti lascia, cosa cambia o non cambia con quest’attività in fondo per te, come per me, pluridecennale…

F.T.:

No, non sappiamo perché scriviamo, questa è la fortuna, un piccolo miracolo che a volte si compie. Il mio inizio è stato molto comune, scrivevo come sfogo, direi a scopo personale e terapeutico. Se ci ripenso adesso, credo che in fondo nell’approccio non sia cambiato poi moltissimo: certamente è diversa la consapevolezza, ma le motivazioni sono rimaste le stesse. Si scrive per urgenza, per necessità, altrimenti bisogna imparare quando è il tempo del silenzio, di stare zitti ed aspettare se tornerà l’esigenza di dire qualcosa. Quel “qualcosa” per molti aspetti non dipende da noi, trova una strada sua per venire a galla; come dice Fabio Franzin, le poesie migliori sono un regalo e non ci resta che scriverle, se c’è un merito è quello di averle aspettate e raccolte. Eppure tutto questo mi ha arricchito enormemente, e dunque anche se nessuno leggesse i miei libri io ci avrei guadagnato lo stesso: molte volte le parole scritte su carta mi hanno messo davanti aspetti di me che non conoscevo, di cui avevo paura, oppure mi hanno aiutato ad affrontare e condividere il dolore. In questo senso il valore artistico è davvero secondario, l’importante è la ricerca, il  coltivare la propria profondità, per quanto si riesce. Sarà semplicistico, ma questo è il mio tentativo.

B.C.:

 Quali sono i poeti del passato che a rileggerli oggi ancora senti vitali, hanno qualcosa da dire a te? E i poeti a te contemporanei? E l’esperienza che hai delle persone dei poeti, di come sono in quanto essere umani…Che idea ti sei fatta negli anni?

F.T.:

Non ho una formazione letteraria, ed ho cominciato ad interessarmi davvero alla poesia soltanto dopo la laurea in Scienze Biologiche. I primi autori che ho affrontato sono stati i grandissimi del Primo Novecento italiano, da Ungaretti a Montale a Saba, e ancora oggi, per valore e per affetto, li sento vicini. Molti sono invece i contemporanei con cui mi confronto e da cui cerco di imparare, faccio alcuni nomi ma di più sono quelli che restano fuori: Magrelli, Anedda, Benedetti, Cappello. Ancora più numerosi, per fortuna, sono i poeti con cui nutro rapporti di stima e di amicizia (e qui davvero evito i nomi per non dimenticare nessuno), di cui ammiro la scrittura e che per me sono un confronto continuo, come se continuassimo insieme un percorso declinandolo ciascuno secondo la propria sensibilità. Inoltre ricevo moltissimi stimoli dalla lettura dei poeti e più in generale degli autori del Centro Europa e soprattutto dell’area balcanica: è vero che posso apprezzarli solo in traduzione, però trovo che abbiano un equilibrio fra urgenza e tradizione diverso da quello che c’è in Italia, dove forse il peso della seconda è eccessivo. Due nomi, non a caso i primi che mi vengono in mente: Izet Sarajlić e Wisława Szymborska.

Sui poeti come persone tocchi un tasto delicatissimo, e al riguardo credo sia giusto non essere diplomatici. I poeti sono persone come tutte le altre, ed in generale l’arrivismo e l’affermazione del sé hanno una incidenza enorme; è un ambiente decisamente ingessato in cui non mi sento troppo a mio agio e di cui non ho grande apprezzamento. Diciamo che, semplificando per eccesso, le persone per cui provo stima e affetto sono rare. La fortuna della poesia è che ti permette di entrare nell’universo di un altro o altra come se tu entrassi nella sua casa dalla porta sul retro, dove niente è stato preparato per te, e dunque vedi le cose così come sono, mentire è difficile. Allora quelle poche persone preziose danno valore al tutto, e verso di loro sono debitore, cerco per quanto posso di tenerli cari. Se guardo a ciò che ho a livello di rapporti umani, e senza cambiare idea su questo ambiente in generale, devo essere riconoscente alla poesia, perché ciò che ricevo è più di quello che ho dato.

B.C.:

 Quale il tuo rapporto con la rete, con i blog, con i social-network, in genere con il computer… La tua generazione, come la mia, ha vissuto il passaggio dal mondo della stampa a quello della telematica…

F.T.:

E’ vero, faccio anch’io parte di quella generazione che ha cominciato a giocare ai Lemming (quelle sbarrette di pixel che dovevi cercare di salvare dall’autodistruzione) sull’Olivetti M24, e che oggi invece lavora abitualmente sul computer, passandoci diverse ore al giorno. Internet adesso è una sorta di cordone ombelicale che connette con il mondo, mi ha dischiuso porte che fino a poco tempo fa ignoravo esistessero. Tutto questo da un certo punto di vista è meraviglioso: anche per quanto riguarda la poesia, permette contatti e conoscenze altrimenti impossibili, e senza dubbio ne ho ricevuto e ne ricevo moltissimo. Al tempo stesso ne diffido: quando rientro dal lavoro e trovo 37 mail a cui rispondere penso che quello non è il mio tempo, non è la mia attenzione. Così come diffido delle modalità di comunicazione telematica, perché trovo che si mescolino verità assolute con forme irreali e in qualche modo false: posso scrivere “ti abbraccio” a una persona che non ho mai conosciuto, ma incontrandola poi non è vero che io la abbracci, non ne ho il coraggio. E passare tre ore al giorno su un computer collegato a internet mi lascia il retrogusto di un tempo in qualche modo buttato via, per quanto spesso non riesca ad evitarlo e ciò mi infastidisca.

Per questo diffido in qualche modo dei blog, anche se ne faccio parte con parsimonia e al tempo stesso con convinzione grazie alle persone insieme a cui me ne occupo. Mi sforzo di avere un rapporto il più possibile equilibrato: mi permettono di scoprire autori interessantissimi ma non mi bastano, non riesco a leggere dal computer a lungo, non è un problema fisico ma mentale. I social network invece li evito, perché mi sembra che lì in molto casi la comunicazione sia così essenziale da ridursi alla brutalizzazione di se stessa; i social non sentono la mia assenza, né io la loro.

Se poi parliamo di smartphone, sono ancora più antiquato. Mi piace che qualcuno mi cerchi e non mi trovi, “l’utente desiderato non è al momento raggiungibile” è quasi una dichiarazione di indipendenza, non sono una persona buona per tutti i momenti, così come se suoni al mio campanello di casa io non apro quando non ne ho voglia. Il che ha un contrario che per me non è da poco: se ti apro è perché voglio vederti e ne sono felice, dunque mi aspetto che tu ti comporti allo stesso modo con me.

B.C.:

 Sanguineti una volta parlò di “poetese” , sulla falsariga del termine “ politichese” forse per indicare un modo convenzionale, sentimentale e stucchevole, ripetitivo e anche un po’ ipocrita o semplicemente ignorante di fare poesia, di pretendere di scriverne. Ora, amplificato dalla rete, il “poetese” sarebbe divenuto un vero e proprio fenomeno di massa. Per te cosa sarebbe il “ poetese” ?

 FT.:

Non so se oggi quello che Sanguineti definì “poetese” sia più diffuso che in passato, forse è divenuto un fenomeno di massa perché con internet tutti quei testi che una volta restavano dentro ai diari e ai comodini hanno diffusione pubblica, o almeno sembrano averne. Il significato che io posso assegnare a “poetese” è appunto quello di una poesia che segue forme già conosciute, non necessariamente tradizionali ma anche forzatamente sperimentali, senza invece ricercare un’espressività che si lega al proprio contenuto, anche a costo di rischiare di apparire poco poetica. Un’esibizione di abilità piuttosto che una necessità, insomma, e al tempo stesso anche un giocare sul sicuro utilizzando modalità che di per sé sono identificabili come “poesia”.

B.C.:

 Quali sono le caratteristiche stilistiche che riconosciute in una poesia ti danno piacere: in poche parole cosa ti piace in una poesia? E in un quadro, in una scultura, in una musica?

F.T.:

Credo di averti risposto in larga misura in precedenza: apprezzo in generale le forme di espressione in cui il contenuto riesce a farsi calzare addosso la propria forma, senza ricorrere a trucchi precostituiti. Questo vale per la poesia, per le arti figurative (ma qui ammetto di essere decisamente meno esperto), e per la musica, che invece ascolto moltissimo. Tendo a preferire, a sentire più vicine le formule espressive scarne, che utilizzano poco, riuscendo però a combinare quel poco in un sistema irripetibile ed evitando il rischio fortissimo della banalità. Non è un valore assoluto, certo, ma di solito mi pare che l’essenzialità sia un pregio, che la rabbia si possa esprimere anche meglio senza gridare – le parole che fanno più male di solito le pronunciamo sottovoce -, che la gioia possa essere anche la capacità di raccontare uno sguardo, oppure di non raccontare nulla ma comprendersi ugualmente.

 (…)

Una mia lettura di  Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli Editore 2014:

 

 


 

Da Portarsi avanti con gli addii di Francesco Tomada:

 La grammatica (pag.11)

 Quando i bambini cominciano a parlare

non pronunciano frasi intere

ma singole parole ridicole e imperfette

però palla è palla

gatto è gatto

ed è una cosa imparata che resta per sempre

a me di tutto l’italiano basterebbe poco

soltanto qualche vocabolo, ma da dire con quella

sicurezza

come madre padre figlio

e la parola casa come una parentesi che chiude

la parola noi

I titoli dei due libri precedenti di Francesco Tomada possono costituire una chiave di lettura per l’insieme dell’opera: ‘L’infanzia vista da qui’ e ‘ Ad ogni cosa il suo nome’. Questi titoli dicono innanzitutto di una fiducia, di una fiducia che vorrebbe essere ‘grammaticale’, fondante, fondativa del rapporto tra le parole e le cose. E poi questi titoli dicono anche che il rapporto tra le parole e le cose si può stabilire a partire da un punto di vista. Un punto di vista relativo, consapevolmente relativo, qui l’io che parla è fondamentalmente questa consapevolezza: di dovere ‘riempire’ di contenuti l’identificativo Francesco Tomada, come scrive in una poesia. Qui abbiamo finalmente, dopo tanto manierismo, dopo tanta insistenza sulla metrica, dopo il metricismo, abbiamo finalmente un’idea di poesia che torna ad essere un’attività di nominazione e non un gioco di parole. E’ cosa difficile, pericolosa, anche rischiosa perché una poesia del genere o anche un atteggiamento del genere rischiano il contenutismo, oppure il lirismo, rischiano, nel concreto tecnico del far versi delle cadute di stile. Secondo me vale la pena di correre questi rischi, Tomada poi ne esce benissimo da queste Scilla e Cariddi … Perché? Perché lui fa sul serio. Se mi chiedo perché mi piacciono queste poesie, perché le sento vicine, mi rispondo che queste poesie sono dei metodi, esemplificazioni di un metodo, meglio. Si tratta di una modalità di stare nel linguaggio e forse di stare al mondo. Questo modo di fare linguaggio allude ad un modo di fare mondo, dove ad ogni cosa corrisponde il suo nome, o almeno il desiderio che questo possa accadere. E non invece l’opportunismo del nichilista che parte dal presupposto che tutto ciò non possa accadere; le conseguenze sono che il virtuoso, l’abile, come ne Le Nuvole di Aristofane, il sofista riescano a vincere. Non vince né convince chi dice la verità, la parresìa, né chi prova a dire la verità, perché si tratta comunque di prove. Il mondo descritto da Tomada è un mondo a 360 gradi, asciutto, netto,secco, che non si compiace, che non indulge, parla di cose liriche, dell’oggetto della lirica ma non è lirico, racconta ma non è un racconto, ragiona, riflette ma non è propriamente un pensiero sistematico, o che alluda ad un pensiero sistematico. Si tratta piuttosto dell’utilizzo di strumenti vari nel bel mezzo di un’esistenza molto ‘individuata’, nel senso proprio junghiano del termine, dell’individuazione. Quindi quest’esistenza mostra anche le sue ombre e non solo le sue luci.

Da Mezzo vuoto e mezzo pieno (pag. 13)

Io ti osservo e penso sempre a tante cose

che vorrei avere più tempo

e più attenzione da te

che invece per i figli sei presente e ti consumi

come io non sarei mai capace

ma anche quando resto ai margini di te

comunque c’è bellezza nel vederti

in fondo

neanche i fiori fioriscono per noi

Questa poesia ci dice che anche ciò che è più lirico come il soggetto dei fiori può essere rivisitato se si attraversa una realtà, concreta, densa, come quella dell’attenzione che la propria compagna o moglie ha per i bambini e che vorremmo che fosse destinata a noi … Un sentimento concreto, quotidiano, viene a riscattare il lirismo dei fiori che manifestano la loro bellezza comunque anche se non sono per noi. Questa poesia ci dice che la bellezza è indipendente  da noi e che ogni atteggiamento antropocentrico è un’illusione e anche un’immaturità. La realtà è lì bella o brutta che sia, indipendentemente da noi. Poter parlare dei fiori è forse possibile solo se si passa attraverso quel bagno difficile di concretezza quotidiana, altrimenti sarebbe probabilmente stucchevole ritorno ad immagini più che usurate. La poesia ha anche questa capacità di rinnovare ciò che già si sa, di vederlo in un contesto diverso, e quindi in modo nuovo. Questa innovazione continua stabilisce che non sono i nomi ad essere nuovi ma la relazione tra noi e le cose che produce dei nuovi nomi. Questo credo sia un aspetto non secondario nel lavoro di Francesco Tomada.

(2014)

 

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